Partenza: Firenze
Arrivo: Firenze
Lunghezza: 5 Km
Durata: 1h 30 min (a piedi)
Livello di difficoltá: Facile
Periodo consigliato: Inverno, Primavera, Estate, Autunno

Gli antichi spedali da Porta San Gallo a Porta San Pietro Gattolino

Dall’attuale Piazza della Libertà, dove si trova la Porta San Gallo, il percorso urbano conduce alla scoperta dei luoghi dove i pellegrini trovavano accoglienza. L’itinerario si sviluppa nella direttirce viaria che taglia il tessuto urbano da Nord a Sud transitando per il nucleo più antico della città e attraversando l’Arno al Ponte Vecchio fino a giungere all’attuale Porta Romana.

All’inizio del Trecento Giovanni Villani nella sua Cronica (Libro XI, Capitolo XCIV), con legittimo orgoglio municipale, affermò che a Firenze erano “trenta spedali con più di mille letta ad allogare i poveri e infermi”. La città disponeva infatti di un complesso di istituzioni assistenziali che, accanto alle modeste strutture che disponevano solo di qualche letto per ospitare forestieri di passaggio e bisognosi, contemplava i grandi spedali cittadini, considerati espressione e simbolo della città, perché eretti col concorso di tutta la popolazione “ad utilitatem animarum et decorum civitatis”. A partire dal XIII secolo, a motivo del cospicuo flusso di uomini e di merci alimentato dalla rete di rapporti che si irradiava da Firenze, il grosso dei traffici che dal nord si dirigevano verso l’Italia peninsulare s’incanalava nella nuova transappenninica che utilizzava i valichi mugellani. A ciò erano da aggiungersi i transiti dei pellegrini romei, la città sull’Arno essendo divenuta un punto di sosta obbligato per chi si recava ad limina Beati Petri. Di qui la necessità di disporre di adeguate strutture ricettive e assistenziali per sopperire ai bisogni di tutti coloro (pellegrini o viandanti) che si trovavano a transitare per la città.

Sempre aperta la porta della misericordia

Sorti per lo più nel corso del XIII secolo o nei primi decenni del Trecento, gli spedali svolsero un ruolo fondamentale nel processo di strutturazione urbana della Firenze del Duecento, poiché tesero a localizzarsi in quella parte della città in formazione, vale a dire nei “borghi” esterni alle mura del XII secolo, lungo le vie che s’irradiavano nel contado. La loro nascita è da mettere in rapporto con quella sorta di “religiosità civica”, diffusa in tutti gli strati della popolazione, che privilegiava la “spiritualità delle opere”, esprimendosi nella realizzazione di strutture assistenziali. La Signoria potrà affermare, a ragione, che sempre la città teneva aperta “la porta della misericordia… a piccholi et a grandi et agl’infermi et sani et viandanti”.

La distribuzione degli spedali all’interno dell’abitato presentava delle agglomerazioni nelle aree urbane che convergevano verso le porte cui facevano capo le principali strate et vie mastre. Era di gran lunga privilegiata la direttrice viaria che tagliava il tessuto urbano da nord a sud, naturale proseguimento all’interno delle mura degli itinerari stradali che collegavano Firenze, rispettivamente, a Bologna e a Roma. Ne risultava una particolare concentrazione degli spedali lungo il percorso cittadino che dalla Porta San Gallo conduceva alla Porta San Pietro Gattolino (attuale Porta Romana), transitando per il nucleo più antico della città e attraversando l’Arno al Ponte Vecchio.
Il percorso urbano che proponiamo era quello per il quale transitavano i pellegrini che arrivavano a Firenze, diretti a Roma, dopo aver percorso la via Bolognese. Essi giungevano in città da Porta San Gallo e si dirigevano verso la Porta San Pietro Gattolino, onde immettersi nella via Romana o nella via Sanese, che li avrebbero in entrambi i casi condotti a Siena e, quindi, a Roma. Lungo l’itinerario urbano che percorrevano si concentrava, si è detto, il maggior numero di spedali deputati al ricovero dei pellegrini, costituiti spesso da modeste strutture che disponevano solo di pochi letti, ma anche da importanti istituzioni assistenziali cittadine.

Dinanzi alla Porta San Gallo, appena fuori delle mura, si trovava lo spedale che aveva dato nome alla Porta e alla via cittadina che da essa aveva inizio. Si trattava di quella che per più di tre secoli costituì una delle maggiori strutture ospedaliere fiorentine, fondata nel 1218 da Guidalotto Voltodellorco per servire a poveri, pellegrini e bisognosi. Constava di un complesso di ben otto fabbricati, che furono però tutti demoliti nel XVI secolo per le necessità della difesa, all’epoca dell’assedio di Firenze.
Entrati in città, lungo il percorso della via San Gallo, i pellegrini subito incontravano, nell’ordine, gli spedali di Santa Caterina de’ Talani, di San Gherardo e di Sant’Onofrio. Sul luogo di tali spedali sorsero in seguito dei conventi: quello delle Mantellate, trasformato nel Settecento in educatorio, con la sua chiesa seicentesca che conserva quadri dello Stradano e di Jacopo Vignali; quello di Sant’Agata (attuale Ospedale Militare), con la sua chiesa tardo-cinquecentesca, nella quale c’è un bel dipinto di Alessandro Allori raffigurante le Nozze di Cana, e due affreschi di Giovanni Bizzelli (il Martirio e la Sepoltura di Sant’Agata).

I pellegrini s’imbattevano quindi nel grandioso fabbricato dello spedale di Bonifazio, i cui loggiati, rifatti nel 1787, tuttora si affacciano sulla via. Fatto erigere tra il 1377 e il 1387 da Bonifazio Lupi, marchese di Soragna, valoroso capitano dei fiorentini, lo spedale era dotato all’origine di 34 letti; in seguito venne notevolmente ampliato e incorporò altri spedali che si trovavano in via San Gallo, come l’ospizio di San Dioniso (divenuto poi monastero del Ceppo), che era ubicato di fronte alla ricordata chiesa di Sant’Agata. Più volte nel corso della sua lunga storia lo spedale di Bonifazio cambiò di destinazione, divenendo dapprima (1736) un conservatorio, poi un nosocomio per malati cronici, infine un manicomio, funzione quest’ultima che esercitò sino alla sua soppressione.

Poco più avanti si trovava lo spedale dei Broccardi, che era collegato allo spedale di Bonifazio. Poi seguivano quelli intitolati, rispettivamente, a San Giovanni Battista Decollato e a Gesù Pellegrino. Il primo si trovava ove oggi è la chiesa popolarmente detta di San Giovannino dei Cavalieri : venne meno nel XVI secolo allorché vi si insediarono le monache ospedaliere di San Giovanni di Gerusalemme, affiliate all’ordine di Malta. La chiesa, cinquecentesca, conserva opere di un certo pregio, tra cui una Natività di Bicci di Lorenzo e un Crocifisso con Maria e San Giovanni, attribuito a Lorenzo Monaco. Lo spedale di Gesù Pellegrino detto anche “Spedale della Compagnia dei Pretoni”, fu abolito alla fine del Seicento: di esso rimane la chiesa, rifatta nel Cinquecento, nel cui interno è la lastra tombale del Pievano Arlotto, celebre per le sue burle, con l’iscrizione che egli stesso dettò: “QUESTA SEPOLTURA IL PIEVANO ARLOTTO FECE FARE PER SE’ E PER CHI CI VUOLE ENTRARE”.

Lo stemma dello spedale, in cui è scolpita la figura di un pellegrino con tanto di bordone e bisaccia, si trova murato in uno degli edifici a lato della chiesa, che utilizzò presumibilmente i fabbricati dello spedale.
Dallo spedale di Gesù Pellegrino, deviando da via San Gallo per via degli Arazzieri, si entra in piazza San Marco, sulla quale si prospetta il loggiato dello spedale di San Matteo (attualmente sede dell’Accademia di Belle Arti), fondato nel 1385 dal ricco mercante Guglielmo Balducci, detto Lemmo, e gestito poi dall’Arte dei Cambiatori. Si trattava di una delle maggiori istituzioni assistenziali fiorentine che disponeva all’inizio di ben sessanta letti, prevalentemente destinati al ricevimento di poveri e infermi.
Ritornati su via San Gallo e prendendo il naturale proseguimento della stessa, costituito dalla via dei Ginori, si giunge in piazza San Lorenzo, ove sorgeva uno dei più antichi spedali fiorentini, documentato dall’inizio del XII secolo: si trovava presso la basilica di San Lorenzo, ed era sorto in prossimità di una delle porte della “cerchia antica”.

Una deviazione, da piazza San Lorenzo, permette di raggiungere, per via dei Gori, via dei Pucci e via Bufalini, lo spedale di Santa Maria Nuova, il principale istituto ospedaliero fiorentino (tuttora funzionante), che non a caso sarà chiamato, anche a motivo delle sue dimensioni, arcispedale. Fondato nel 1285 dal mercante Folco Portinari, personaggio di spicco della vita politica cittadina, nacque espressamente per la cura e l’assistenza degli infermi. Nonostante il continuo sovrapporsi nel corso dei secoli delle aggiunte di nuovi corpi di fabbrica, lo spedale ha conservato il grandioso impianto cruciforme tardo-medievale che gli consentiva di ospitare, alla fine del Quattrocento, oltre 600 assistiti, nonché l’antica chiesa di Sant’Egidio (San Gilio), costruita su disegno di Lorenzo di Bicci e successivamente rimaneggiata. Ai primi anni del Seicento risale la facciata con il suo elegante porticato, realizzato da Giulio Parigi su disegno di Bernardo Buontalenti.

Non lontano da Santa Maria Nuova era l’ospizio dei Pellegrini Oltramontani: vi si arrivava prendendo via Sant’Egidio e deviando subito a sinistra per via della Pergola. Fu fondato da un frate domenicano, Santi Cini, intimo amico di san Filippo Neri, per ospitare i pellegrini romei provenienti d’oltralpe, che venivano accolti e nutriti per vari giorni, umilmente serviti dai gentiluomini della Compagnia dei Contemplanti, una congregazione cui avevano accesso i rampolli delle famiglie più nobili di Firenze. All’ospizio era annessa una chiesa, intitolata a San Tommaso d’Aquino , che si presenta ancora con gli originali caratteri architettonici tardo-rinascimentali. Fu costruita su disegno di Santi di Tito, cui si deve anche la realizzazione dei locali dello spedale, che hanno egualmente conservato le strutture cinquecentesche e l’originaria distribuzione degli ambienti, compreso il grande camino dalle membrature classicheggianti in pietra serena.

Ritornati di fronte all’ospedale di Santa Maria Nuova, si svolta a sinistra per via Folco Portinari, quindi a destra per via dell’Oriuolo e si arriva in piazza del Duomo dove, tra il battistero e la facciata della primitiva cattedrale di Santa Reparata, sorgeva un’altra antica istituzione ospedaliera cittadina, fondata nel 1040 dal Capitolo del Duomo: lo spedale di San Giovanni Evangelista (ricostruzione a pag. 21), demolito per far posto al più grande fabbricato di Santa Maria del Fiore.
Su piazza del Duomo, all’angolo con via dei Calzaioli, si affaccia la trecentesca Loggia del Bigallo, che sino alla fine del Cinquecento fu sede dell’Arciconfraternita della Misericordia, l’antica e gloriosa istituzione fiorentina che prestava (e presta) assistenza agli ammalati. La Loggia deve il suo nome al fatto che dal 1425 fu anche la sede della Compagnia del Bigallo, dalla quale dipendevano diversi istituti assistenziali in città e nel contado, tra cui lo spedale detto del Bigallo, sulla via Vecchia Aretina, da cui derivò la sua denominazione. Due ampie arcate marmoree, ricche di sculture e motivi ornamentali, si aprono alla base dell’edificio, sovrastate da un piano di eleganti bifore trilobate. All’interno è stato sistemato un piccolo museo, con opere per lo più tre-quattrocentesche: vi si conserva tra l’altro un affresco staccato del 1342 con la più antica veduta di Firenze.

Prendiamo via dei Calzaioli e deviamo subito a sinistra in via delle Oche, ci immettiamo poi a destra in via Santa Elisabetta, proseguendo per via dei Cerchi. A metà circa del percorso di quest’ultima, giriamo a sinistra e arriviamo così alla piazzetta di San Martino del Vescovo, sulla quale, oltre alla Casa di Dante e alla Torre della Castagna, si affaccia l’oratorio della Compagnia dei Buonomini di San Martino, un piccolo spedale legato a una antica confraternita fiorentina. Nelle pareti dell’unica navatella di cui consta l’oratorio, Domenico del Ghirlandaio nel XV secolo dipinse un ciclo di affreschi raffiguranti le Opere di misericordia. In una delle scene è rappresentata l’accoglienza di due pellegrini muniti di bordone, con due “bonomini” che danno del denaro a un servitore perché prepari loro un letto ove riposare (lo si vede sullo sfondo), nonché da mangiare e da bere.

Ritornati in via dei Cerchi, ne completiamo il percorso e arriviamo in piazza della Signoria. Entriamo nel loggiato degli Uffizi, all’interno del quale si apre la via Lambertesca, che percorriamo sino al suo sbocco in via Por Santa Maria, che ci conduce dinanzi al Ponte Vecchio. Lo attraversiamo: al di là dell’Arno, nella platea in capite pontis, si trovavano i due antichi spedali di San Miniato e del Santo Sepolcro, che risalivano entrambi all’XI secolo. Del secondo, che fu di pertinenza dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, rimane la facciata dell’edificio duecentesco, con una croce gerosolimitana incisa nella marmorea targhetta dell’antica numerazione civica.
Prendiamo poi Borgo San Jacopo e, per via Toscanella e quindi per lo Sdrucciolo dei Pitti, due caratteristiche stradine della vecchia Firenze, incassate tra alti edifici, giungiamo in piazza Pitti, al termine della quale ha inizio via Romana che conduce all’omonima Porta. Nel Medioevo la via era punteggiata di spedali: il primo che s’incontrava era quello di Sant’Antonio, eretto nel 1316, poi si trovava il duecentesco spedale di San Sebastiano de’ Bini collegato alla prestigiosa istituzione romana di Santo Spirito in Sassia, come ancora testimonia il simbolo scolpito della duplice croce che appare in un architrave trecentesco murato nella facciata dell’oratorio quattro-cinquecentesco sorto ove era lo spedale.

Poco oltre era lo spedale di San Niccolò dei Fantoni detto della Buca dal nome dell’osteria in contiguità della quale era stato edificato; uno stemma in pietra con l’insegna della Compagnia del Bigallo, da cui lo spedale dipese, è murato nell’edificio sorto sul luogo in cui sorgeva, dove è stato sistemato anche un affresco staccato della metà del XV secolo, rappresentante la Madonna col Bambino tra due Angeli.
Proseguendo, quasi di prospetto alla porta detta di Annalena, che introduceva al giardino di Boboli, era il piccolo ospizio di San Pier Novello, fondato da Piero di Cione Ridolfi a metà circa del Trecento. Era popolarmente chiamato spedale della Chiocciola e di esso rimane un consunto architrave scolpito nel quale si legge ancora una iscrizione che recita “HOSPITIUM NOBILIS RODULPH… FAMILIAE”. Seguiva poi lo spedale di San Lorenzo e, dopo la chiesetta di San Pietro Gattolino, lo spedale di Madonna Santa Maria e dello Spirito Santo, di pertinenza dei Laudesi, chiamato popolarmente del Piccione, a motivo del simbolo dello Spirito Santo scolpito nell’architrave del portale, nel quale è l’iscrizione “HOSPITALE S.MARIE DE LAUDIBUS”.

Al termine della via si trovava lo spedale di San Giovanni Battista della Calza che fu originariamente dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, ma in seguito divenne sede di un convento dei frati Ingesuati il cui lungo cappuccio a forma di calza fece nascere la denominazione della calza. La chiesa, che presumibilmente riutilizzò le strutture dello spedale, presenta un trecentesco portale architravato, e al suo interno conserva un crocifisso attribuito a Lorenzo Monaco e una tavola dell’Empoli, mentre nel refettorio del convento è un Cenacolo dipinto nel 1514 dal Franciabigio.

In prossimità della Porta Romana, ma incerta rimane la sua ubicazione essendo andato distrutto, era un ultimo spedale: San Bartolomeo ad Sanctum Petrum Cattuarium (che diventerà San Pietro in Gattolino), fondato da quel Sennuccio Del Bene che fu amico del Petrarca.
Oltre la Porta iniziava la strata qua itur versus civitatem Senarum et versus Romanam Curiam che, nel tratto del suo percorso più prossimo alla città, era anch’essa tutta punteggiata di spedali e di strutture ricettive (alberghi, osterie) per i viandanti e i pellegrini.