Partenza: Porta San Gallo (Firenze)
Arrivo: Piazza Grande (Arezzo)
Lunghezza: 106 Km
Durata: 31h 05 min (a piedi)
Livello di difficoltá: Media
Periodo consigliato: Inverno, Primavera, Estate,

Via Sancti Petri

La strata per quam itur ad Pontem de Sieve rivestiva un’importanza notevole per Firenze poiché, oltre a collegare la città con le terre del versante destro del Valdarno superiore, dove scorreva la cosiddetta via dei Sette Ponti che portava ad Arezzo, consentiva di raccordarsi, a Pontassieve, con il più orientale tra i percorsi transappenninici che si svolgevano nel contado fiorentino: la strada che, per Dicomano, San Godenzo e l’Alpe di San Benedetto, conduceva a Forlì. Per questo nel trecentesco elenco dellestrate et vie mastre che appare nello Statuto del Capitano del Popolo è definita anche come la strada che vadit versus Decomanum.

L’itinerario si svolge prevalentemente su stradine secondarie asfaltate, in parte su sentieri erbosi e su strade a fondo ghiaioso. Il percorso è identificabile senza incertezze. Non sussistono problemi di orientamento. L’ambito collinare e pedemontano nel quale si sviluppa l’itinerario fa si che siano presenti alcune tappe (Porta San Miniato-Pontassieve; Pontassieve-Pieve a Pitiana) con variazioni altimetriche consistenti. Il percorso si svolge nel contesto collinare del Valdarno fiorentino e nell’area pedemontana della dorsale del Pratomagno. Il paesaggio attraversato è di grande bellezza con colline caratterizzate da coltivazioni arboree agrarie con produzioni tipiche di vino e olio e formazioni geomorfologiche uniche quali le Balze del Valdarno.

Itinerario cicloturistico su stradine prevalentemente asfaltate con alcuni tratti su strade a fondo ghiaioso poco sconnesso e poco irregolare (classe MC) per escursionisti di medie capacità tecniche. Il percorso si svolge nel contesto collinare del Valdarno fiorentino e nell’area pedemontana della dorsale del Pratomagno. Il paesaggio attraversato è di grande bellezza con colline caratterizzate da coltivazioni arboree agrarie con produzioni tipiche di vino e olio e formazioni geomorfologiche uniche quali le Balze del Valdarno.

Pontassieve: nodo stradale e caposaldo militare

Pontassieve era quindi un nodo stradale di primaria importanza, tanto che da semplice villaggio nato in corrispondenza del ponte che attraversava la Sieve, poco prima della sua confluenza nell’Arno, si trasformerà nella seconda metà del Trecento nella terra sive castri Sancti Angeli, uno dei capisaldi militari dello stato fiorentino, come ancora denunziano i cospicui resti dell’organico sistema difensivo di cui venne dotato.

La strada iniziava dal borgo cittadino di San Pier Maggiore (a Burgo Sancti Petri Maioris) e procedeva con un andamento parallelo al corso dell’Arno. Sul tracciato si conformerà il plebato periurbano di San Giovanni Battista a Remole, i cui popoli non a caso si distribuivano in una fascia di territorio che si sviluppava longitudinalmente seguendo appunto l’Arno. L’itinerario della via era segnato dai popoli le cui chiese erano suffraganee della pieve (Terenzano, Compiobbi, San Donato a Torri, Le Sieci) e dalla stessa pieve di Remole, poco dopo la quale s’incontrava Sant’Angelo di Sieve (Pontassieve).

Appena attraversata la Sieve, col ponte mediceo costruito nel 1555, si distaccava sulla destra il percorso che risaliva il basso corso del principale affluente dell’Arno sino a Dicomano, continuando poi in direzione dell’abbazia di San Godenzo. Si trattava della transappennica che, per l’Alpe di San Benedetto, giungeva in Romagna, una via che nel corso dei secoli mosse viaggiatori e merci, ma non particolarmente i pellegrini che ad essa preferivano la via dell’Alpe di Serra, percorso romipeto che superava l’Appennino, in Casentino e che possedeva l’indubbio vantaggio di condurre direttamente a Roma.

La via dei Sette Ponti

A Pontassieve faceva poi capo la via dei Sette Ponti, una strada di probabile origine etrusca che nei secoli centrali del Medioevo conobbe una particolare fortuna non solo per i collegamenti tra Firenze e i centri emergenti del suo contado che si distribuivano per le pendici del Pratomagno, ma anche, in una certa misura, come itinerario per Roma per la possibilità che offriva di utilizzare, a partire da Arezzo, la via dell’Alpe di Serra, importante alternativa alla Via Francigena. Non a caso, perciò, l’itinerario della via dei Sette Ponti viene ricordato in un documento della fine del X secolo, come via Sancti Petri, cioè come percorso usato dai pellegrini che si recavano a Roma.

La strada, che si sviluppava lungo la fascia pedemontana del Pratomagno, era punteggiata da un significativo allineamento di chiese plebane (è noto lo stretto rapporto tra pievi e viabilità): San Pietro a Pitiana, San Pietro a Cascia, Santa Maria a Scò, San Pietro a Gropina, San Giustino Valdarno. Si tratta di chiese che nel loro insieme rappresentano la principale testimonianza dell’architettura romanica religiosa nella regione valdarnese.

Oltre la pieve di San Giustino, in prossimità di Castiglion Fibocchi, prima di giungere ad Arezzo, la strada superava l’Arno con il grandioso Ponte a Buriano, un manufatto che ha conservato la poderosa struttura medievale a sette grandi arcate.